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Due ambasciatrici presso la comunità LGBTQ+: intervista a Myriam e Anaïs

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In un mondo in cui la religione è spesso percepita come uno spazio di giudizio, di rifiuto o di condizioni, si leva una voce: quella di Aba Al-Sadiq. La sua missione? Chiamare le persone a Dio, senza condannare nessuno, qualunque sia la sua provenienza. Ci ricorda di non essere venuto per giudicare le persone. Ma, come Messaggero e Imam, per aprire le porte ed estendere l’amore, la grazia e la religione di Allah a tutti gli esseri umani.

Di Laure Delogne

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In un mondo in cui la religione è spesso percepita come uno spazio di giudizio, di rifiuto o di condizioni, si leva una voce: quella di Aba Al-Sadiq. La sua missione? Chiamare le persone a Dio, senza condannare nessuno, qualunque sia la sua provenienza. Ci ricorda di non essere venuto per giudicare le persone. Ma, come Messaggero e Imam, per aprire le porte ed estendere l’amore, la grazia e la religione di Allah a tutti gli esseri umani.

Mentre il mondo si frantuma, classifica e divide — in base a cultura, religione, identità e orientamento — egli sceglie un’altra via. Invita a tornare all’essenziale: la nostra comune umanità. A guardare con il cuore anziché con la paura. A unire laddove altri denigrano, dividono e perseguitano. Lontano dalle condanne e dalle barriere imposte da certe istituzioni religiose, il suo messaggio rimette al centro il valore sacro di ogni essere e di ogni anima, non quello di pochi. Uniti sotto lo stesso stendardo: quello di Dio.

Ci invita a superare le etichette, le identità e le differenze apparenti per riconoscere una verità più profonda: ogni essere è in cerca di senso, di verità e di Dio. In questa prospettiva, le persone della comunità LGBTQ+ non sono né emarginate né semplicemente tollerate, ma pienamente accolte, rispettate e riconosciute come parte integrante di questa chiamata universale.

In quanto ambasciatrici all’interno della religione per la comunità LGBTQ+, Myriam e Anaïs ne rendono testimonianza — ciascuna a modo suo, con la propria storia e il proprio cammino verso Dio.

Il percorso personale delle due ambasciatrici

Chi è oggi, al di là delle etichette? Myriam: Sono una donna, una madre e una moglie. Oggi mi sento allineata, in armonia con l’immagine che proietto e con quella che porto dentro. Anaïs: Sono una donna realizzata, in armonia con i miei princìpi e i miei valori. Oggi mi sento in pace nei miei ruoli di moglie, madre e donna.

Quali esperienze di vita l’hanno plasmata di più? Myriam: Diventare madre, senza esitazione. Educare, comprendere e accompagnare la crescita di un bambino richiede una costante riflessione su se stessi. Costringe all’introspezione, alla crescita personale e a diventare una versione migliore di sé. Anaïs: L’incontro con mio marito è stato determinante, come una porta che si apre su una chiamata più profonda. La nascita di mio figlio e, soprattutto, il mio incontro con Dio hanno trasformato profondamente il mio modo di guardare alla vita e la comprensione di me stessa.

Dove sentiva davvero di appartenere prima? Myriam: Nel rugby, è un ambiente in cui ognuno ha il proprio posto, indipendentemente dall’origine, dal fisico o dal genere. C’è un vero senso di accettazione e di lavoro di squadra che mi ha segnata profondamente. Anaïs: In nessun luogo, davvero. Per molto tempo ho sentito che ci si aspettava qualcosa da me, che dovevo costantemente dare o rispondere ad aspettative implicite. Paradossalmente, è stato in ambito professionale che mi sono sentita più a mio agio, perché lì tutto è chiaro: conta la prestazione, senza sottintesi, senza ambiguità.

Il cammino spirituale

Come è avvenuto il suo incontro con la fede? Myriam: Dopo una vita passata a cercare Dio attraverso la creazione, e dopo essere arrivata alla conclusione che persino ciò che conoscevo dell’Islam era stato alterato, ho fatto una richiesta sincera: ricevere un segno chiaro. In quel momento mi sono imbattuta in un video che rispondeva con precisione alle mie domande, in particolare riguardo al Ramadan e alla questione dell’alterazione del Corano. Anaïs: È avvenuto tramite mio marito. Poi, scoprendo Lo Scopo del Saggio, ho trovato risposte a domande che erano rimaste senza risposta. Tutto si è composto in modo coerente: un insieme logico, una continuità e una visione profondamente universale.

Che cosa l’ha toccata o messa in discussione profondamente? Myriam: Vivere questa scoperta in famiglia è stata un’esperienza molto intensa. Il Sermone del Chiarimento ha segnato una svolta e rivedere il volto di Abdullah Hashem, che aveva già avuto un forte impatto sul mio percorso, ha rafforzato questa sensazione di certezza. Anaïs: Questo messaggio ha la capacità di parlare a tutti, tanto attraverso la logica quanto attraverso la sua universalità. Non si rivolge a un gruppo particolare, ma all’umanità nella sua forma più essenziale.

In che modo questa spiritualità ha cambiato il suo sguardo su di sé e sugli altri? Myriam: Questo cammino mi ha dato una visione profondamente universale: un’apertura, un amore e una pace che non mettono gli esseri umani in caselle. Mi ha insegnato a guardare oltre le etichette e a riconoscere il valore di ogni individuo. Anaïs: Ha segnato per me la fine di un vagabondare interiore, ma anche la fine di un sentimento di rifiuto nei confronti di Dio. Vi ho trovato una forma di pace e di riconnessione.

Impegno e inclusione

Che cosa l’ha ispirata a impegnarsi?

Myriam: È una lotta che dura da tutta la vita. Sono sempre stata accolta, sostenuta e mai rifiutata da questa comunità. Fin da molto giovane questo mi ha dato la forza di collegarla alla mia battaglia personale contro l’ingiustizia, certi sistemi e le pressioni sociali. Se oggi sono in pace con la mia identità, la mia sessualità e un’immagine talvolta androgina, è perché ho vissuto, scoperto e soprattutto difeso la libertà di esistere attraverso l’apertura, la diversità e un’assenza di giudizio che va oltre il puramente fisico. Ho sempre saputo che, prima di essere un corpo, sono un’anima, uno spirito libero che si evolve in un mondo materiale. È questa profonda convinzione che mi ha permesso di trasformare le mie domande in forza e di accettare pienamente ciò che sono. Oggi per me è un onore poter, a mia volta, invocare questa libertà di esistere, soprattutto per i più giovani, che spesso vivono in una lotta costante.

Anaïs: Fornire risposte a una comunità spesso rifiutata dalle religioni e restituirle un posto, una dignità e una legittimità nel cammino spirituale.

Come collega fede e apertura? Myriam: Il Settimo Patto rimette al centro l’amore e la diversità, con una forma di sincera neutralità, sotto il riconoscimento di Dio, senza violenza né rifiuto. È una visione che porta pace e unisce, anziché dividere. Anaïs: Attraverso un amore universale, privo di etichette, che non condiziona il valore di una persona alla sua identità ma alla sua essenza.

In che modo questo approccio ha cambiato le cose per lei personalmente? Myriam: Giurando fedeltà mi sono liberata di molte convinzioni limitanti. Ho finalmente potuto essere me stessa, senza nascondermi, accettarmi pienamente, con la profonda sensazione di aver trovato il mio posto e di essere circondata da quella che considero la mia vera famiglia: la famiglia delle anime. Anaïs: La scoperta di Dio nella Sua unicità e una comprensione più profonda del legame tra il divino e ogni essere umano.

A suo avviso, quali preziosi contributi apportano alla spiritualità i percorsi LGBTQ+? Myriam: Ci ricordano che Dio è per tutti, senza eccezione, senza altro interesse che guidare e salvare le anime. Questi percorsi mettono in luce una realtà essenziale: la spiritualità non può essere limitata da categorie umane. Anaïs: Testimoniano inoltre che, indipendentemente da sesso, sessualità o origini, Dio non fa distinzioni tra le anime. Il Suo amore e il Suo aiuto sono concessi a tutti, senza distinzione, con la stessa misericordia e la stessa giustizia.

Messaggio a chi cerca

Quale messaggio vorrebbe trasmettere a chi dubita di appartenere? Myriam: Lo incoraggerei a leggere, a ricercare e a comprendere da sé questa chiamata. A porsi una semplice domanda: perché Dio non potrebbe chiamare anche lui, nonostante il rifiuto che può aver conosciuto altrove? È un invito a scoprire un messaggio universale che raccoglie le verità perdute e apre la via a una giustizia divina fondata sull’amore, sull’accoglienza e sulla protezione. Anaïs: Da parte mia direi semplicemente: avanzi con certezza e logica. Scoprendo questo cammino e la persona che lo guida, le risposte verranno naturalmente.

Conclusione

I percorsi di Myriam e Anaïs parlano da soli: due ricercatrici di verità, animate da una ricerca di senso. Due storie che si uniscono al servizio di tutti — e un invito. La fede di credere. Quella fede può essere uno spazio in cui si arriva così come si è — con la propria storia, i propri dubbi, la propria identità — e in cui si diventa più interi, più liberi, più connessi a Dio e agli altri. Questo è il cuore del messaggio di Aba Al-Sadiq: non una religione che seleziona, condanna o esclude, ma una chiamata universale che riconosce in ogni essere un’anima degna di essere guidata, amata e accolta.

E lei, qualunque sia la sua storia — questa chiamata è anche per lei. Se crede che sia Dio a nominare il Capo sulla Terra, non importa chi sia, non importa da dove venga, dico a tutti voi che le Sue porte sono spalancate.