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Diventare simili a Dio: una guida pratica

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E se diventare simili a Dio non fosse un mito, ma un metodo? Un'argomentazione a favore della disciplina come via verso la trascendenza.

Di Vanessa Debora Gardea Vega

La mia biblioteca
preghiera, digiuno, meditazione, corsa

Alcuni lettori potrebbero trasalire davanti a un titolo come «Diventare simili a Dio». Può sembrare impossibile, persino offensivo, perché pare varcare un confine sacro.

Eppure, nel corso della storia delle religioni, questa idea viene presentata in molte forme, non come pretesa di divinità, ma come invito alla somiglianza divina: santità, misericordia, moderazione e padronanza di sé.

Un tema comune a tutte le tradizioni

Uno degli esempi più chiari di una religione che affronta esplicitamente questo concetto è la teologia dei Santi degli Ultimi Giorni. Il tema è enunciato con chiarezza: attraverso l'esaltazione, le persone fedeli possono alla fine diventare simili a Dio.

Una pubblicazione della Chiesa descrive questo «potenziale divino» dell'uomo con parole molto forti: le persone sono figli di Dio «in senso pieno e completo», «divini per origine, natura e potenziale». Secondo le loro credenze, potrebbero diventare dèi e creatori, non soltanto partecipando delle qualità divine, ma ottenendo anche il potere di creare. Possiamo vedervi uno degli esempi più forti di questa idea.

Altre tradizioni esprimono un'aspirazione simile con un linguaggio diverso. Nel buddismo, i praticanti cercano di coltivare le qualità associate al Buddha e, mediante la disciplina e l'intuizione, mirano al Nirvana: la liberazione da questo mondo materiale e il raggiungimento dell'illuminazione.

Questo si collega a un'altra conferenza di Aba Al-Sadiq. Può anche provare a informarsi online sulla possibilità dell'esistenza di altri creatori.

Ciò che insegnano la Scrittura, la tradizione e la disciplina

E le altre fedi, come i cristiani e i musulmani? La Bibbia parla della stessa aspirazione, ma in modo più velato, attraverso il carattere e la trasformazione, con l'invito:

«Siate santi… perché io sono santo».Bibbia, Libro del Levitico, 19:2

E Gesù alza ulteriormente l'asticella:

«Siate perfetti… come è perfetto il Padre vostro celeste».Bibbia, Vangelo di Matteo, 5:48

Il cammino non consiste nel diventare Dio nell'essenza, ma nel diventare simili a Dio nella condotta: una vita plasmata dall'Altissimo.

Ecco perché il corpo non può essere ignorato. L'anima non fiorisce nel vuoto; cresce all'interno di un recipiente umano. La Scrittura collega la formazione spirituale all'appetito. Il Salmo dichiara:

«Voi siete “dèi”… figli dell'Altissimo».Bibbia, Libro dei Salmi, 82:6

e Gesù sposta l'attenzione sulla prova, le opere e non gli slogan:

«Non credetemi se non compio le opere del Padre mio».Bibbia, Vangelo di Giovanni, 10:37

Dobbiamo prenderci cura di questi recipienti umani e, al tempo stesso, trovare il tempo per conoscere Dio, lodarLo e diventare più santi, come le Scritture ci invitano a fare.

Quando Gesù inizia il suo ministero, lo inizia con una fame scelta: quaranta giorni di digiuno, poi la tentazione, poi la chiarezza (Matteo 4:1–2). Il cibo è vicino al cuore umano perché il desiderio è vicino al cuore umano. Addestrare l'uno significa addestrare l'altro.

Il Corano riprende lo stesso equilibrio con una frase che taglia corto agli eccessi:

«Mangiate e bevete, ma senza sprecare».Corano, 7:31

E il profeta Muhammad diede una misura pratica contro il mangiare troppo: un terzo per il cibo, un terzo per la bevanda e un terzo per il respiro.

Nella conferenza di Aba Al-Sadiq, questi insegnamenti diventano una mappa: si riduca l'attaccamento al corpo e lo spirito si eleva, non rifiutando il corpo, ma governandolo, e ottenendo così l'elevazione dell'anima.

Molte religioni parlano, ciascuna nel proprio dialetto, di un'unica ascesa: l'innalzarsi verso la somiglianza divina. Strade diverse, un solo orizzonte, un solo Dio. Sotto la teologia si trova un'intuizione condivisa: Dio è costante, ed è l'essere umano che deve cambiare, finché l'anima comincia a portare una traccia di santità. I passi pratici hanno un impatto enorme se decidiamo di seguirli.

«Come può il “riposo” applicarsi al Creatore?» La Genesi dice che Dio «si riposò» il settimo giorno (Genesi 2:2). Eppure il cosmo non dà l'impressione di una macchina finita; dà l'impressione di qualcosa di vasto, vivo, in divenire. Dunque la questione non è se Dio si stanchi, ma che cosa proiettiamo su Dio quando sentiamo la parola «riposo». Nella conferenza di Aba Al-Sadiq, questa domanda diventa una porta: egli indica la possibilità che l'artefice di questa «matrice» non sia il Dio Assoluto in persona. Ci rifletta. Se l'universo si fermasse, crollerebbe; anche il suo stesso corpo non riposa mai davvero. Anche quando dorme, rigenera le cellule e le ripulisce. Attraverso il ciclo circadiano si rilasciano ormoni diversi, come l'ormone della crescita, e si ritrova un equilibrio che rende il sonno una parte necessaria della nostra vita. Aiuta persino a ridurre lo stress e può favorire una vita più lunga.

Poi lo specchio si volge verso di noi. Il vero campo di battaglia non è in cielo: è all'interno del sé umano che si aggrappa al mondo materiale. C'è un sé inferiore, il nafs, che vuole consumare, prendere, soddisfare: lo stomaco, la volontà, i desideri. Il corpo non è malvagio; fa parte della nostra prova e può aiutare la nostra purificazione, ma può diventare un'ancora quando domina l'anima.

La storia ripete lo schema su larga scala. Gli imperi sorgono con disciplina e scopo, e decadono quando la bramosia diventa cultura, quando i governanti servono il piacere anziché il popolo e la moderazione diventa uno scherzo. Persino Roma, un tempo splendente di strade, leggi e ordine, è ricordata non solo per la sua gloria, ma per l'ombra dell'eccesso: banchetti e spettacoli che divennero un simbolo, più o meno giusto che fosse, di una civiltà che perdeva il proprio governo interiore prima di perdere le proprie mura esteriori. E il declino è raramente improvviso. Di solito è lento, trasgressione dopo trasgressione, mentre il sé fisico viene nutrito e il sé interiore viene trascurato.

Nella conferenza, la fame del ventre è stata descritta come «il male più grande», il capo che si trascina dietro gli altri mali. Può sembrare un'iperbole, ma l'ammonimento non è nuovo; ha radici in un libro considerato sacro da molti. Poi, quando leggiamo i detti del profeta Muhammad, troviamo:

«L'essere umano non riempie recipiente peggiore del suo stomaco. Bastano all'essere umano pochi bocconi per tenere dritta la schiena. Ma se proprio deve (riempirlo), allora un terzo per il cibo, un terzo per la bevanda e un terzo per l'aria».Sunan Ibn Majah 3349, Libro 29, Hadith 99

Una parte dell'industria alimentare si concentra più sui sapori che sulla nutrizione, perciò i governi di vari paesi stanno creando norme e regolamenti per evitare una propaganda ingannevole. Ma se gli esseri umani non si controllano, non importa quanto si limiti la propaganda o quanto si informino le persone sui pericoli.

In una società piena di cibo spazzatura, esso diventa parte integrante di una società di consumo sempre affaccendata, sempre di fretta, con poco tempo o interesse per la vita spirituale, per gli altri o per Dio. Lo abbiamo già visto. I pacchetti di sigarette portano immagini crude e avvertenze chiare, eppure la gente continua a comprarli. La contraddizione diventa un'abitudine normale, proprio il tipo di dissonanza cognitiva che ho esplorato in un articolo precedente: conoscere il danno e sceglierlo comunque.

I benefici della moderazione sono stati insegnati da varie religioni, comprese quelle presentate nella conferenza di Aba Al-Sadiq. Anche il profeta Muhammad insegnò che mangiare poco conduce a un rendiconto più facile. Il Corano e la Bibbia contengono molti riferimenti al valore spirituale del digiuno, e al tempo di Muhammad il digiuno fu stabilito come parte importante della religione. Il Buddha ci ricorda l'importanza della Via di Mezzo, che evita entrambi gli estremi.

Ecco perché la moderazione non è semplicemente «salutare». In tutte le religioni è trattata come addestramento spirituale. Nella conferenza di Aba Al-Sadiq il messaggio è coerente: la disciplina alleggerisce il cuore. Nell'islam il digiuno non è un accessorio della fede: è un pilastro della formazione spirituale. La Bibbia mette ripetutamente in risalto il digiuno come via di umiltà e di purificazione. E nel buddismo la Via di Mezzo mette in guardia sia dall'indulgenza sia dall'autodistruzione, insistendo che la saggezza cresce dove gli estremi vengono rifiutati.

In India, i saggi insegnano la consapevolezza disciplinata. La Bhagavad Gita lega il successo spirituale nello yoga alla moderazione: lo yoga non è per chi «mangia troppo o troppo poco», né per chi dorme troppo o troppo poco (Bhagavad Gita 6:16–17). Lo collega inoltre a una «mente e a un corpo controllati», descrivendo la disciplina meditativa in solitudine come una via classica verso la realizzazione interiore.

Le tradizioni indigene onorano l'allineamento con l'ordine naturale. I filosofi greci come Platone e Socrate sottolineano la padronanza di sé e la virtù. E il profeta Muhammad chiama l'umanità alla moderazione, alla purificazione e alla responsabilità.

Una delle vie principali verso la vicinanza a Dio è la conoscenza. Nel corso della storia, la conoscenza è stata talvolta custodita con cura all'interno di istituzioni o di spazi sacri. Alcune tradizioni mantengono insegnamenti riservati, accessibili solo attraverso determinati riti o una preparazione specifica, per esempio nei templi dei Santi degli Ultimi Giorni. In certi casi l'accesso può essere limitato perché le persone sono considerate impreparate. In altri casi ci si può chiedere se l'accesso sia limitato intenzionalmente. Forse alcuni semplicemente non vogliono darvi la conoscenza perché non vogliono che raggiungiate certi obiettivi. Come disse Gesù,

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».Bibbia, Vangelo di Giovanni, 8:32

Eppure una caratteristica distintiva di questo insegnamento è la sua apertura: offre riferimenti a più tradizioni, incoraggiando un'esplorazione più profonda anziché limitare la ricerca.

Quando vengono presentati i passi pratici — moderazione nel cibo, esercizio disciplinato e controllo dell'appetito — possono sembrare semplici. Ma da medico ho osservato quanto profondamente le persone si attacchino alle proprie abitudini: i loro modi di mangiare, la loro routine sedentaria, la loro resistenza al cambiamento. Alcuni pazienti vedono il medico soprattutto come un fornitore di farmaci che risolveranno tutti i problemi di salute senza bisogno di una trasformazione personale, come se assumere una pillola bastasse. Eppure il corpo umano è molto più complesso.

La cultura moderna rafforza questo attaccamento. Viviamo in un mondo che invita costantemente al consumo. I ristoranti promuovono sfide che premiano l'eccesso: «Mangia quanto vuoi». «Mangi gratis se consumi una certa quantità». Personaggi online gareggiano in esibizioni di mangiate veloci e di stravizi. L'eccesso non è semplicemente tollerato: è celebrato sui social media.

La storia offre paralleli simbolici. Roma è spesso ricordata non solo per il suo splendore architettonico e giuridico, ma anche per un'immagine di decadenza e di eccesso. Che sia del tutto esatta o in parte simbolica, la metafora persiste: le civiltà si indeboliscono quando l'appetito sostituisce la disciplina.

I banchetti divennero un simbolo di eccesso e di status. Nel corso della storia lo vediamo chiaramente nell'élite romana: mangiare non era soltanto nutrizione, ma un rito sociale. Nel triclinio, i commensali si adagiavano spesso su divani, una postura fisica che segnalava rango, agio e prestigio.

Come rileva l'archeologo Michael MacKinnon, le cene romane erano un modo per l'aristocrazia di ostentare ricchezza e posizione sociale attraverso la presentazione, gli ingredienti rari e lo spettacolo. I pasti potevano durare ore, così che si poteva mangiare, riposare e continuare a mangiare, con gli ospiti sdraiati mentre i servitori servivano, spazzavano via gli avanzi e mantenevano l'atmosfera di lusso.

Anche la partecipazione delle donne rifletteva i confini sociali. Nei periodi più antichi, le donne romane sedevano spesso erette su sedie mentre gli uomini erano sdraiati; più tardi, soprattutto negli ambienti dell'élite imperiale, anche alcune donne si sdraiavano.

Questo contrasto, pasti di lusso come ostentazione di status mentre molti altri mangiavano semplicemente per sopravvivere, si è ripetuto in epoche diverse della storia. E quando lo confrontiamo con il nostro mondo di oggi, il problema non è soltanto la malattia fisica; l'eccesso può danneggiarci anche spiritualmente. Come disse l'Imam Ja'far Al-Sadiq:

«Nulla nuoce al cuore del credente più del mangiare troppo; produce due cose: durezza del cuore e risveglio della lussuria».Al-Kafi, Al-Shaikh Al-Kulayni, vol. 6, p. 269

Al contrario, la moderazione è spesso guardata con sospetto, liquidata come restrittiva, priva di gioia o estrema. Eppure, in tutte le civiltà, la moderazione è stata costantemente presentata non come privazione, ma come forza.

Quando la moderazione viene meno: il consumo eccessivo cronico e le sue conseguenze per la salute

Un aspetto importante da considerare è che il profeta Muhammad collegò il mangiare meno a un rendiconto più facile. Il piano morale e quello fisico non furono mai separati nel suo insegnamento.

La ricerca medica moderna sembra fare eco a questo legame. La Commissione Lancet del 2020 sulla prevenzione, l'intervento e la cura della demenza ha individuato obesità, diabete, inattività fisica, fumo, ipertensione, depressione, scarsi contatti sociali e istruzione limitata tra i principali fattori di rischio modificabili associati alla demenza.

In altre parole, l'eccesso cronico e lo squilibrio dello stile di vita non sono soltanto questioni spirituali: sono anche questioni mediche.

Quando questi risultati vengono esaminati insieme agli insegnamenti di Aba Al-Sadiq, emergono parallelismi interessanti. L'obesità è fortemente associata al mangiare troppo; l'inattività fisica è un altro fattore importante, e di entrambi si parlerà più avanti in questo articolo. La convergenza tra disciplina spirituale e salute metabolica diventa difficile da ignorare.

Inoltre, gli insegnamenti di Ahmed Al-Hassan vietano esplicitamente il fumo, che la medicina moderna individua chiaramente come dannoso. Anche la Commissione Lancet include il fumo tra i fattori di rischio significativi per il declino cognitivo. Aba Al-Sadiq ha anche sottolineato l'importanza dei legami sociali, mentre la ricerca contemporanea individua l'isolamento sociale e i pochi contatti sociali come fattori di rischio per la demenza. La solitudine non è soltanto emotiva: comporta conseguenze biologiche misurabili.

Ulteriori prove emergono dalla ricerca sul diabete. Un'analisi aggregata pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology (2016) ha dimostrato che il diabete di tipo 2 è associato a un rischio significativamente maggiore di sviluppare demenza.

Ancora più sorprendenti sono i risultati dello studio DiRECT (Lean et al., 2018), pubblicato su The Lancet. Questo studio in aperto, randomizzato a grappoli, ha esaminato persone con diagnosi di diabete di tipo 2 nei sei anni precedenti e con un indice di massa corporea compreso tra 27 e 45 kg/m². I partecipanti che hanno ottenuto una perdita di peso di circa 15 kg hanno mostrato risultati notevoli: il 46% di quelli del gruppo di intervento ha ottenuto la remissione del diabete, contro appena il 4% del gruppo di controllo.

L'implicazione è profonda: la malattia metabolica, spesso ritenuta irreversibile, può in molti casi essere sensibilmente migliorata mediante una riduzione disciplinata del peso.

Per me, come medico, questo è particolarmente sorprendente. Per anni ho spiegato ai pazienti che il cambiamento dello stile di vita è fondamentale, non facoltativo. Eppure molte persone si aspettano che la sola medicina risolva condizioni radicate in abitudini di lungo periodo.

Si presume talvolta che la credenza religiosa appartenga al regno del mito, mentre la medicina appartiene a quello dell'evidenza. Ma, se si guarda con attenzione, le due cose non sono sempre in opposizione. Ciò che le tradizioni spirituali definiscono moderazione e continenza, la medicina lo descrive sempre più come riduzione del rischio e regolazione metabolica.

Il linguaggio differisce. L'ammonimento converge.

Disciplina fisica ed elevazione intellettuale

Coltivare la mente e ampliare la nostra comprensione è, come abbiamo visto, un obiettivo essenziale nella ricerca dell'armonia con il Perfetto. Alcune tradizioni parlano di Dio che «si riposa», eppure l'universo stesso non si ferma: gli atomi vibrano, i pianeti orbitano, i cuori battono, i neuroni si attivano. Se anche per un solo istante questo movimento cessasse, non saremmo qui a leggere queste parole.

Platone comprese questo principio. Nella Repubblica (Libro III, 410c–412a), sostenne che l'educazione deve armonizzare l'addestramento ginnico e la coltivazione intellettuale, avvertendo che la dedizione a uno solo dei due produce squilibrio nell'anima. Troppo allenamento fisico senza filosofia genera durezza; troppa raffinatezza intellettuale senza disciplina del corpo genera debolezza. L'armonia, per Platone, richiedeva entrambi.

Il principio dell'equilibrio si può osservare persino in natura. I cavalli corrono, i lupi cacciano, gli uccelli migrano, i cigni scivolano, le farfalle si spostano di fiore in fiore. Il movimento non è disordine; è struttura in azione. Dalle più piccole interazioni atomiche al vasto movimento delle galassie, il cosmo opera mediante un'attività regolata.

La neuroscienza moderna sostiene sempre più questa antica intuizione. L'esercizio fisico regolare è stato associato a miglioramenti delle funzioni esecutive, della regolazione dell'umore e delle prestazioni cognitive. Uno studio randomizzato controllato di riferimento, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Erickson et al., 2011), ha dimostrato che l'allenamento aerobico ha aumentato il volume dell'ippocampo di circa il 2% negli anziani, invertendo di fatto da uno a due anni di perdita legata all'età. L'ippocampo, una struttura essenziale per la memoria, tende a ridursi nella tarda età adulta ed è implicato nel rischio di demenza.

In quello studio, 120 anziani senza demenza sono stati assegnati in modo casuale a un gruppo di esercizio aerobico o a un gruppo di controllo che praticava stretching. La risonanza magnetica ha rivelato che l'esercizio aerobico ha aumentato selettivamente il volume dell'ippocampo anteriore, accompagnato da miglioramenti misurabili nelle prestazioni di memoria.

Ulteriori ricerche confermano questi risultati. Le meta-analisi indicano che l'attività fisica aumenta i livelli del fattore neurotrofico cerebrale (BDNF), una proteina centrale per la neuroplasticità e la sopravvivenza dei neuroni. Le revisioni sistematiche associano inoltre l'esercizio regolare a una migliore funzione esecutiva e a un minor rischio di declino cognitivo.

Sebbene la causalità nelle malattie complesse debba essere interpretata con cautela, la convergenza è sorprendente. Ciò che Platone descriveva come armonia tra ginnastica e ragione trova ora correlati misurabili nella neurobiologia.

Per noi, questa armonia non è soltanto filosofica. Platone è considerato nella nostra tradizione uno dei profeti sconosciuti, e l'integrazione di corpo e intelletto fa parte di una linea profetica di saggezza. Gli insegnamenti di Aba Al-Sadiq fanno rivivere e illuminano questi principi, mostrando che ciò che appare antico non è obsoleto, ma duraturo.

Il linguaggio della profezia parla di equilibrio e di padronanza di sé. Il linguaggio della neuroscienza parla di volume dell'ippocampo e di espressione del BDNF. Eppure entrambi indicano la stessa verità: il movimento disciplinato rafforza non solo il corpo, ma anche la mente.

La disciplina come devozione: dove le tradizioni convergono

Possiamo vedere molte tradizioni religiose convergere su un'unica disciplina: abbassare il desiderio affinché la vita interiore diventi più udibile. Nel discorso di Aba Al-Sadiq sono citati numerosi testi e tradizioni, perciò, se si ascolta con attenzione, si trova un oceano di conoscenza.

Anche se il suo interesse riguarda soltanto il benessere, le prove sono ampie. Il digiuno e la moderazione sono stati associati a una migliore regolazione metabolica: riduzione dei picchi di insulina, miglioramento della tolleranza al glucosio, sostegno alla perdita di peso e abbassamento dei fattori di rischio legati alle malattie cardiovascolari. Alcuni studi suggeriscono anche legami tra la salute metabolica e gli esiti cognitivi, come la memoria e il rischio di demenza, ambiti che abbiamo esaminato in precedenza in questo articolo.

Per riassumere solo alcuni esempi, possiamo trovare questo schema in molte religioni.

I Santi degli Ultimi Giorni osservano la Domenica del Digiuno (di solito la prima domenica di ogni mese), astenendosi da cibo e bevande per due pasti e dando un'offerta di digiuno per aiutare i bisognosi: allontanandosi dall'appetito mondano per ricordare Dio e servire gli altri.

Nell'islam, il Ramadan è un mese di digiuno dall'alba al tramonto, associato a preghiera, riflessione, recitazione del Corano e a una forte enfasi sulla carità e sulla moderazione morale. Si cerca la vicinanza a Dio attraverso il culto, il ricordo e la disciplina di sé.

Nell'induismo, il Navratri è un periodo di nove giorni di devozione in cui molte persone pregano e digiunano, semplificando spesso l'alimentazione (comunemente vegetariana/sattvica) come forma di purificazione spirituale e di concentrazione.

Nel buddismo, le osservanze dell'Uposatha pongono spesso l'accento su sermoni e meditazione; molti praticanti laici assumono precetti aggiuntivi, tra cui l'astensione dal cibo dopo mezzogiorno, per favorire la chiarezza interiore e la disciplina.

Se vogliamo comprendere le radici della depressione, anche la psicologia indica la ruminazione, il rimuginare negativo e ripetitivo, come un fattore fortemente associato ai sintomi depressivi in diversi studi. È una delle ragioni per cui molte tradizioni apprezzano la quiete, la consapevolezza e l'addestramento dell'attenzione.

Il quadro completo, dunque, è l'equilibrio in tutto l'essere umano: disciplinare il corpo, evitare gli eccessi di questa vita e avvicinarsi a Dio non solo con le parole, ma con le azioni, in particolare astenendosi da ciò che indebolisce il cuore e ci imprigiona in preoccupazioni puramente materiali. Quando la presa del corpo si allenta, l'anima può elevarsi. La luce scorre meglio dove c'è meno resistenza.

L'inattività e la vita sedentaria possono diventare un'altra forma di deriva; molte tradizioni rispondono con il movimento (per esempio lo yoga nei contesti indù) e con la meditazione per calmare la mente. Quando il corpo è governato e la mente è stabile, diventiamo più recettivi alla conoscenza e più capaci di viverla.

C'è un detto attribuito al profeta Muhammad che coglie lo spirito di questo cammino:

«Chiunque glorifichi e lodi spesso Dio e riduca al minimo cibo, bevanda e sonno, gli angeli desiderano la sua compagnia».Tanbih al-Khawatir, 2/116

Questo mondo ti offrirà sempre qualcosa: un'altra brama, un altro acquisto, un'altra distrazione. Ma la coppa pulita non è quella che viene riempita senza fine; è quella che viene mantenuta abbastanza pura da contenere la luce.

L'informazione le dà potere soltanto se la applica. La applicherà?