Tribuna: ecco che cosa non va negli uomini musulmani di oggi
Testo letto in italiano
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Ailia Muhammed, conduttrice degli studi AROPL, racconta la sconvolgente esperienza vissuta nel dibattito con lo studioso pakistano Hassan Allahyari.
Di Ailia Muhammad

Secondo un rapporto del 2024 di Human Rights Watch:
«La violenza contro donne e ragazze, inclusi stupro, omicidio, attacchi con l’acido, violenza domestica, negazione dell’istruzione, molestie sessuali sul lavoro e matrimoni precoci e forzati, è un grave problema in tutto il Pakistan. I difensori dei diritti umani stimano che ogni anno circa 1.000 donne vengano uccise nei cosiddetti “delitti d’onore”.»
Il Pakistan è tra i molti altri paesi tristemente noti per essere contrari ai diritti umani fondamentali delle donne. Ma perché è così? Non dobbiamo guardare troppo lontano per individuare la radice di questa mentalità. Lo stato mentale che crea un mondo oscuro e sinistro per le donne e per i più vulnerabili in un paese come il Pakistan non si nasconde a noi. È del tutto chiaro e dichiarato apertamente. C’è un’arma che gli studiosi chiamano «religione», e la usano per convincere le masse che Dio richiede idee estremiste e autoritarie. Idee che reprimono e opprimono. Uno stato mentale in grado di garantire che la società abbia paura di pensare con la propria testa. La religione in Pakistan e nei paesi simili al Pakistan riceve il termine generico di «Islam». Tuttavia da dove provenga questo «Islam», e quali dei suoi insegnamenti siano veramente autentici e provengano dalla fonte di Dio stesso, rimane senza risposta.
Che cosa significa essere un «buon musulmano»? La risposta a questa domanda dipende davvero da quale parte del mondo si proviene. La religione dominante e la cultura si sono irrevocabilmente intrecciate. E allora, se foste una donna in Pakistan e vi definiste musulmana? Che cosa ci si aspetta da voi?
Come donna cresciuta lì, posso garantire che essere una buona musulmana equivale a fare ciò che dicono gli uomini. L’intera religione, per una donna musulmana in Pakistan, ruota attorno a questa strana norma giurisprudenziale. Non solo: la religiosità di una donna in un paese come il Pakistan ha molto a che fare con la sua modestia e con quanto bene conosce il proprio «posto» nella scala sociale.
Si copre? Quanto bene si copre? Tace quando le viene detto di tacere, obbedisce quando riceve ordini?
È chiaro che questa mentalità e queste idee presumibilmente giuste, morali e religiose non si allineano con una comprensione moderna dell’uguaglianza di genere. Mentre noi credenti nell’Araldo che si leva, Aba Al-Sadiq, siamo saldi nel nostro impegno per i buoni valori familiari e per i diritti e i doveri di uomini e donne gli uni verso gli altri, riteniamo anche che la cooperazione tra individui di ogni tipo nella società sia l’unica via verso la prosperità e verso l’essere veri credenti. Sosteniamo il detto dell’Imam Ahmed Al-Hassan: «Non c’è differenza tra un uomo credente e una donna credente, se non nella pietà». La fede è l’unico fattore determinante del rango di una persona presso Dio. Il genere decisamente no.
Un dibattito interessante
Noi di AROPL Studios ci troviamo spesso in dibattiti con persone di diverse scuole di pensiero. Uno degli episodi interessanti che abbiamo vissuto è stato il dibattito che si è tenuto tra noi e lo studioso Hassan Allahyari. Noto per i suoi accesi dibattiti nella lingua nazionale del Pakistan, l’urdu, con studiosi della setta musulmana sunnita, Hassan Allahyari si è guadagnato una reputazione nel mondo sciita duodecimano.
Abbiamo deciso di raccogliere la sfida del dibattito e stabilito chiaramente che il tema sarebbe stato «Come identifichiamo il Mahdi nell’epoca della sua apparizione?». Avevamo chiarito che questo dibattito sarebbe stato trasmesso in diretta sul nostro canale satellitare, che trasmette nei continenti di Africa ed Europa. Contemporaneamente veniva trasmesso su Neo News, un canale di notizie in Pakistan che possiede il quotidiano in lingua urdu più letto del paese, Jang.
Un moderatore e rappresentante di Allahyari ci aveva informati che il dibattito poteva svolgersi in un certo giorno. Ci era stato comunicato l’orario in cui si sarebbe tenuto.
Fu un momento significativo per me, poiché, essendo una credente nell’Araldo che si leva, Abdullah Hashem Aba Al-Sadiq, ho avuto il privilegio e l’onore di imparare da lui. È con la conoscenza che acquisiamo da lui che usciamo nel mondo e discutiamo di religione con altre scuole di pensiero, desiderosi di dialogo e di trovare un terreno comune. Siamo inoltre aperti a qualsiasi sfida di dibattito che ci venga rivolta e abbiamo partecipato a dibattiti con diversi studiosi in più occasioni.
Dopo essermi assicurata che tutto fosse preparato e sotto controllo per il nostro dibattito pianificato in anticipo, mi sono preparata alla conversazione. Ciò che seguì fu ben lontano da quanto era stato promesso. La prima cosa che sembrò sbalordire la sala al mio ingresso fu il semplice fatto che sono una donna. La conversazione cominciò allora...
Moderatore 1: Ok, c’è una signora seduta qui, ma non porta l’hijab. Per favore dica ad Allahyari che è qui, signor Qalandar, ma non si copre i capelli.
Moderatore 2: Signor Sheikh, dicono che c’è una donna qui, ma non porta l’hijab. La accettiamo, o non la lasciamo entrare?
Allahyari: Sì, prendiamola pure. Non importa. Non guarderò lo schermo. Andiamo avanti, allora. Dov’è?
Moderatore 2: C’è una rete Ahmadi del Regno Unito. Penso che siano Ahmadi.
Io: Sì, la pace sia su di voi. Riuscite a sentire la mia voce?
Moderatore 2: Sì. Può coprirsi il volto? Può coprirsi la testa?
Allahyari: No, lasciatela. Dicono di avere un Imam. Lei sa l’urdu?! Non daremo loro nulla del nostro tempo! Il loro Imam: dite al loro Imam di leggere il Corano, una pagina del Corano.
Io: La pace sia su di lei, signor Hassan Allahyari. Come sta?
Allahyari: Se viene da me, deve leggere una pagina del Corano. Dice di essere l’Imam Mahdi. Dice di essere l’Imam Mahdi. Hahaha. Un impostore di prim’ordine.
Io: Sì, prima devo chiarire: si riferisce a me?
Allahyari: Non sa nemmeno leggere il Corano. Perché dovremmo dargli del tempo?
Moderatore 2: Sì, ci riferiamo a lei.
Allahyari: Stiamo dicendo che avete un Imam, quindi non mandateci queste sgualdrine. Non parlo con una sgualdrina.
Io: La pace sia su di lei, fratello. Come sta?
Allahyari: Non parlo con una ragazza. Dite al vostro Imam di venire. Lo rispetteremo; vogliamo ascoltarlo e vedere se sa leggere il Corano. Il vostro Imam è lì? È una cosa così sbagliata?
Io: Sì, e siamo disposti ad ascoltare anche il suo punto di vista.
Allahyari: Sa almeno leggere il Corano? Di certo il successore del Messaggero di Allah sa leggere il Corano, no?
Io: Se potesse concedermi un minimo di opportunità per prendere la parola, per favore.
Moderatore 2: Sì, certo, lo porti davanti alla telecamera.
Io: Oppure continuerà a parlare sopra di me?
Allahyari: Sì, se il loro Imam è presente... Conosco il loro Imam... voglio dire, è per questo che manda qui delle ragazze, giusto? Mandate qui un altro uomo; parlerò con un altro rappresentante. E se il loro Imam è presente, tutti noi vogliamo parlare con il loro Imam.
Io: Signor Hassan Allahyari, non facciamo i misogini.
Allahyari: Gli faremo alcune domande. Prima di tutto, gli faremo leggere il Corano per noi.
Io: Non facciamo i sessisti, fratello. Se vuole parlare, allora parliamo. Lei dice di essere uno studioso e un aalim; dice di essere qui per guidare la gente. Se mi vede come una persona smarrita, allora mi guidi, per favore.
Moderatore 2: Figliola, lasci che si metta davanti alla telecamera, e gli darò la possibilità di parlare.
Allahyari: Ok, ok, va bene. Non sa leggere il Corano a memoria? Allora che lo legga dal libro.
Moderatore 2: Resteremo in attesa di voi.
Allahyari: Sì, non è vero? Non è così?
Moderatore 2: Porti il suo Imam davanti alla telecamera.
Allahyari: Ditegli di venire. Se non ha tempo, aspetteremo: una settimana, un mese, due mesi. Se vuole starsene lì senza rispondere alle nostre domande, chiunque può farlo. Un Imam deve leggere il Corano e rispondere alle domande. Se lei sa, e sa l’urdu, allora le dica di dire al suo Imam che Allahyari la sta aspettando... hahaha... venga, e Allahyari la rispetterà, e parleremo solo con lui. Se avete un Imam, parleremo solo con lui. Se non avete un Imam, ed è morto, allora basta così. Finché l’Imam è con loro, ditegli di venire di persona. Dite loro di mandare il loro capo.
Il signor Allahyari mostrava chiaramente disprezzo per il fatto che fossi venuta a dibattere con lui. Non aveva alcun desiderio di parlare con me, affermando che era perché sono una donna. Alla loro richiesta, decisi di acconsentire e di coprirmi i capelli, poiché per me non ha importanza, e il principio della nostra fede è una conversazione più degna da affrontare. Una scelta di abbigliamento non dovrebbe esserne l’ostacolo.
Nonostante la mia disponibilità a indossare il foulard, lo studioso respinse la mia richiesta di proseguire il dibattito pianificato in anticipo. Parlava in modo sminuente. Era chiaramente offensivo, parlava sopra le mie parole e ignorò perfino la mia richiesta che, se rifiutava di dibattere, potesse almeno provare a guidarmi verso la verità. E alla fine, per evidente timore di dibattere con una discepola del Qaim Aba Al-Sadiq, nascose il proprio panico sotto il velo della misoginia e fuggì.
Per quanto vergognoso fosse il suo comportamento, le azioni di Allahyari non sorprendono. Sono un chiaro indice di un Islam corrotto: un’ovvia manifestazione di misoginia, ricoperta di zucchero dalla cosiddetta «moralità religiosa». Il problema che qui incontriamo non è la malattia, bensì un sintomo. È con tutta evidenza una visione maschilista e misogina delle donne, e il risultato sintomatico di secoli di studiosi che hanno usurpato il trono degli uomini inviati da Dio. È una società governata da Farisei e rabbini, non da Gesù Cristo, che scusò l’adultera e puntò invece il dito contro il fallibile studioso che aveva l’audacia di credere di poter emettere un giudizio. È una società guidata da Abu Bakr e Omar, in cui le schiave venivano picchiate con bastoni finché non erano costrette a scoprire il petto, considerate subumane e prive del diritto di coprirsi. Non la società di Muhammad, che si batté per il diritto delle donne di ogni classe sociale a coprirsi il petto e sostenne insegnamenti umani, costringendo gli uomini dell’epoca a non considerarle più creature inferiori, ma compagne e partner.
Questa è la società del vigliacco Yazid, figlio di Muawiya, che ordinò ai suoi soldati di strappare i veli alle donne della famiglia di Muhammad e fece dar fuoco alla piccola figlia del martire Imam Husain. Non è la società di Husain, la cui sorella e la cui madre erano entrambe famose per non aver mai piegato il capo davanti al tiranno ed erano note per il loro coraggio di fronte a ogni avversità, e per i loro immortali sermoni pronunciati in pubblico contro uomini che cercavano di umiliarle, senza però mai cedere.
Nella società di oggi, religione, morale e rettitudine sono tutte ricevute dalla gente dai soliti sospetti: gli studiosi inefficaci e personaggi come Allahyari. Studiosi che decidono che cosa è bene o male. Che cosa dobbiamo pensare e come dobbiamo essere. Eppure lo fanno senza alcuna autorità da Dio, mentre rubano il diritto di governare all’uomo designato da Dio: il Qaim Abdullah Hashem Aba Al-Sadiq.
C’è da stupirsi che le società governate da studiosi delle istituzioni religiose dominanti siano così arretrate e immorali?
Nella società del Qaim Abdullah Hashem Aba Al-Sadiq le donne sono libere. Libere di vivere con onore e dignità. Libere di opporsi a una religione non autentica. Una religione che dice loro: copritevi i capelli, anche se il Corano non ve lo dice. Le donne in questa società sono in grado di mettersi alla prova per essere ciò per cui sono state create: le migliori delle figlie, le migliori delle mogli, delle madri e delle sorelle, e le migliori delle sostenitrici, che vivono la vita con ogni opportunità che un uomo possa avere. E con la dignità che ci è stata concessa, e la sicurezza dell’onore, della reputazione e della posizione, stiamo realizzando molto più di quanto avremmo mai potuto senza il nostro Imam. Uno Stato sarà costruito dalle nostre mani, e i figli che partoriamo vedranno il frutto del nostro sacrificio e del nostro lavoro, vivendo in un mondo in cui nessuno può dire loro che sono inferiori o degni di abusi. I nostri figli e le nostre figlie vivranno nel mondo creato per loro dall’Araldo che si leva, Aba Al-Sadiq. Un paradiso, sulla terra come in cielo.
E quanto ad Allahyari, è un peccato che si sia comportato così. La storia scriverà di ciò che facciamo, ed egli verrà ricordato come il cosiddetto studioso che non riuscì a decidersi a parlare con una discepola donna del Qaim. Sarà descritto come qualcuno peggiore dei tiranni Abu Bakr e Yazid, i quali, pur avendo anch’essi usurpato il trono di Dio, almeno concessero a Fatima, figlia del profeta Muhammad, e a Zainab, sua nipote, una tribuna da cui parlare.
Allahyari ha avuto l’opportunità di dibattere con noi. Le nostre porte sono ancora aperte, ed egli e tutti gli studiosi sono invitati a dialogare con noi, a prescindere dal genere.