Sono libanese — Ecco che cosa penso non vada in Libano
Testo letto in italiano
Leggi l’articolo originale su The Divine Just State
Il Libano resta uno Stato in crisi permanente. Oltre al fallimento amministrativo ed economico si cela un problema molto più profondo.
Di Hamze Kassem

Il Libano ha una storia lunga e tumultuosa, segnata dalla diversità culturale, dalle tensioni geopolitiche e da successive dominazioni straniere. Parte del mondo fenicio, fu un crocevia delle antiche rotte commerciali marittime, poi assorbito negli imperi romano, bizantino e infine islamico. Sotto il dominio ottomano emerse una struttura sociale multiconfessionale, ulteriormente radicata durante il Mandato francese dopo la prima guerra mondiale. Tra il 1975 e il 1990 il Libano precipitò in una sanguinosa guerra civile che devastò il Paese fisicamente, psicologicamente e a livello istituzionale. Il successivo Accordo di Taif avrebbe dovuto portare la pace, ma consolidò invece la frammentazione confessionale e pose le basi di molte delle crisi strutturali odierne, mettendo il potere nelle mani di persone non designate da Dio per governare, ma che da allora hanno diretto le sorti della popolazione.
Tre decenni dopo il cessate il fuoco, il Libano resta uno Stato in crisi permanente. La guerra civile non si è limitata a distruggere città e a traumatizzare generazioni; ha anche lasciato in eredità un sistema politico-religioso che mina l'unità e blocca il progresso strutturale. Oggi il Libano è un'occasione mancata di tornare alla giustizia divina, prigioniero della morsa della frammentazione settaria, della cattiva gestione economica e della decadenza morale.
Ciò che a prima vista può sembrare un fallimento amministrativo ed economico è in realtà la manifestazione di un problema molto più profondo: l'assenza di un sistema di valori universale che trascenda l'appartenenza religiosa e la convenienza politica.
La setta al posto dell'Imam del Tempo – La frammentazione religiosa come crisi strutturale
Lo Stato libanese non fu fondato su una visione condivisa di governo e giustizia divini, ma su un fragile equilibrio di potere settario. Il cosiddetto Patto Nazionale del 1943 stabilì che il presidente, il primo ministro e il presidente del parlamento provenissero ciascuno da specifiche comunità religiose, un meccanismo che l'Accordo di Taif del 1989 si limitò a «modernizzare» senza abolirlo.
Ciò che era inteso come un compromesso temporaneo è diventato una modalità permanente di governo. La competizione politica segue linee settarie anziché visioni condivise. I partiti agiscono come rappresentanti religiosi anziché come sostenitori del popolo nel suo insieme. Questa logica soffoca il progresso in ogni ambito, frammenta la società e ostacola l'azione e il pensiero conformi a Dio.
La divisione settaria si manifesta in quasi ogni aspetto della vita pubblica. Gli individui sono soggetti ai capricci delle autorità religiose, con ambiti centrali della vita governati da istituzioni confessionali.
La situazione è particolarmente grave per chi non è affiliato o appartiene a gruppi non riconosciuti. Chi si trova al di fuori del quadro religioso si ritrova in un vuoto giuridico. Non esiste una magistratura neutrale né un accesso non discriminatorio ai diritti umani concessi da Dio. Il Libano, terra ricca di tradizione intellettuale e di diversità culturale, tratta settori dei propri cittadini come sudditi di seconda classe.
Peggio ancora, il potenziale di violenza resta sempre presente. Gli scontri armati, tra sunniti e alawiti a Tripoli, tra Hezbollah e milizie rivali a Beirut e nel sud, non sono episodi isolati, ma sintomi di un sistema radicato non nella volontà divina, bensì nel rifiuto del rappresentante designato da Dio.
Tra corruzione, crisi e collasso – Il tracollo politico ed economico
Mentre la frammentazione religiosa è profondamente radicata nella società, la disfunzione politica ed economica è palesemente visibile. Il sistema artificiale del Libano soffre di una disfunzione cronica causata non soltanto da shock esterni, ma da fallimenti strutturali interni.
La corruzione non è accidentale: è sistemica. L'élite politica sfrutta le basi di potere settarie per drenare risorse, costruire reti clientelari e dirottare fondi pubblici a vantaggio privato. I ministeri diventano bottino di guerra, scambiati in un mercato di favori. Dove la legge fallisce, la lealtà alla setta sostituisce la lealtà a Dio.
Le conseguenze sono evidenti: una rete elettrica in rovina costringe i cittadini a ricorrere a generatori privati. I rifiuti si accumulano per l'assenza di una gestione sostenibile. Gli ospedali affrontano carenze, le scuole sono sovraccariche. Questo sistema, privo di legittimazione da parte di Dio, è fondamentalmente non funzionante.




L'espressione più drammatica di questa decadenza è la crisi finanziaria che attanaglia il Paese dal 2019. La lira libanese ha perso oltre il 90% del suo valore, le banche hanno congelato i prelievi e i cittadini hanno perso i risparmi. La classe media, un tempo vivace, è precipitata nella precarietà, mentre una piccola élite vive in realtà parallele. La povertà ha ridisegnato il volto della nazione.
Il tributo demografico è particolarmente tragico. La «fuga dei cervelli», l'emigrazione sistematica di giovani istruiti, sta privando il Libano del suo futuro. Le università perdono docenti, le startup perdono fondatori, gli ospedali perdono medici. Chi resta spesso lo fa non per speranza, ma per mancanza di alternative.
L'esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020, che uccise oltre 200 persone e distrusse ampie zone della capitale, è un simbolo agghiacciante di questo fallimento. Non fu un incidente, ma il risultato di decenni di negligenza, irresponsabilità e impunità sistemica. Nessuno è stato ritenuto responsabile in modo significativo. Il grido di giustizia risuona, ancora una volta, invano.
La caduta del Libano non è soltanto quella di uno Stato fallito – È un vuoto spirituale
Il collasso libanese non è soltanto un caso di studio sul fallimento di uno Stato: è l'espressione di un vuoto più profondo, l'assenza di un quadro di governo integrativo, giusto e moralmente ancorato. Né la religione né la politica hanno svolto il loro ruolo di forza unificante; al contrario, entrambe sono diventate strumenti di divisione, sfruttamento e arricchimento.
Ciò che manca è un fondamento normativo che consideri tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla setta o dall'origine, come membri uguali di una comunità orientata all'etica. Un fondamento radicato non nei giochi di potere, ma nei principi di giustizia, responsabilità e servizio al bene comune.
Nel corso della storia, molte civiltà hanno preso forma attraverso un ordine superiore, divino. È tempo che il Libano consideri una simile alternativa, non come utopia, ma come un percorso reale e praticabile per uscire da un sistema che ha tradito il proprio popolo.
E se Dio governasse? – Una visione di governo divino per il Libano
Il Libano, terra storicamente benedetta da profeti, santi e rivelazioni, non fu governato dalla mano di Dio, ma da uomini che rifiutarono la verità. I mali che affliggono il Paese dalla guerra civile, settarismo, corruzione, ingiustizia, non sono il risultato del silenzio divino, ma della sordità umana all'ordine divino.
L'idea che l'uomo possa costruire da solo una società giusta è stata smentita in modo decisivo dall'esperienza del Libano. È tempo di chiedersi: e se avesse governato colui che è designato da Dio?
L'unità al posto della divisione – La religione sotto la guida divina
La frammentazione religiosa del Libano non è un risultato naturale della diversità, ma del potere abusato dalle autorità religiose. In uno Stato governato da Dio, la religione non sarebbe un veicolo di divisione, ma un fondamento di unità.
Il Corano afferma:
«In verità, questa vostra comunità è un'unica comunità, e Io sono il vostro Signore: adorate Me».Corano, Sura 21 (Al-Anbiya), Versetto 92
L'unità divina (Tawhid) implica unità sociale. Un capo designato da Dio come l'Imam al-Mahdi non politicizzerebbe l'identità religiosa, ma riconoscerebbe la luce interiore della rivelazione in ogni anima.
Gli Imam dell'Ahlul-Bayt insegnarono che ogni divisione religiosa che porta a oppressione o discriminazione è ingiustizia (zulm). L'Imam Ali disse:
«Le persone sono o i tuoi fratelli nella fede o i tuoi pari nella creazione».
In uno Stato divinamente giusto non vi sarebbero tribunali settari, ma un'unica legge divina che misura la giustizia in base alla verità, non alla stirpe. La dignità umana, come descritta anche nella Bibbia, nella Genesi, dove l'uomo è fatto a immagine di Dio, sarebbe tutelata per tutti.
La giustizia come arte di governo – Il sovrano come bussola morale
L'essenza del governo divino non è il potere, ma la giustizia. La Torah comanda:
«Giustizia, giustizia perseguirai».Bibbia, Libro del Deuteronomio, Capitolo 16, Versetto 20
Un sovrano designato da Dio non è un politico, ma uno specchio della volontà divina. Nell'Islam, l'Imam incarna non solo l'autorità temporale ma la perfezione spirituale. Il profeta Muhammad disse dell'Imam Ali:
«Ali è con la verità, e la verità è con Ali».
Sotto una simile guida, corruzione e clientelismo sono impossibili, non perché siano puniti dalla legge, ma perché sono spiritualmente impensabili.
Il Libro di Isaia descrive il re giusto che verrà:
«Giudicherà i poveri con giustizia e deciderà con equità per i miti della terra».Bibbia, Libro di Isaia, Capitolo 11, Versetto 4
Ciò riecheggia l'ideale islamico di Adl, la giustizia assoluta al di là del diritto positivo, come esposto dall'Imam Ali nel Nahj al-Balagha.
Il benessere al posto del dominio dell'élite – La redistribuzione come dovere divino
Il collasso socioeconomico del Libano è il prodotto di una società in cui la ricchezza è diventata un'arma e la povertà una punizione. In uno Stato di ordine divino, la ricchezza è per tutti.
Il Corano dichiara:
«E nei loro beni vi era un diritto noto per il mendicante e per il privato».Corano, Sura 51 (Adh-Dhariyat), Versetto 19
La Bibbia concorda:
«Chi chiude le orecchie al grido del povero griderà a sua volta e non riceverà risposta».Bibbia, Libro dei Proverbi, Capitolo 21, Versetto 13
L'Ahlul-Bayt praticava un'economia della misericordia. L'Imam Zayn al-Abidin, «l'Ornamento dei Devoti», era noto per distribuire il pane ai poveri di notte, in segreto. Un tale sistema non ha banche che congelano i beni, ma un'economia basata sulla circolazione, priva di interessi, fondata sulla giustizia e sulla solidarietà.
Al tempo dell'Imam Mahdi, la proprietà privata si dissolve: tutto appartiene ad Allah e l'Imam distribuisce la ricchezza con equità divina, così che a nessuno manchi nulla.
Il Corano avverte:
«Coloro che accumulano oro e argento e non li spendono per la causa di Allah, annuncia loro un castigo doloroso…»Corano, Sura 9 (At-Tawbah), Versetti 34-35
E il Vangelo dice:
«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».Bibbia, Libro di Matteo, Capitolo 19, Versetti 23–24
Persino nella saggezza orientale, come il Daoismo, il miglior sovrano è come l'acqua: nutre tutti con dolcezza e giustizia, senza dominare. Il sovrano divino non è un burocrate, ma un padre spirituale.
Responsabilità al posto dell'impunità – La guida come processo davanti a Dio
L'esplosione di Beirut e l'assenza di responsabilità riflettono uno Stato senza memoria morale. Nel governo divino, la responsabilità è inevitabile.
Il Corano dice del profeta Davide (Dawud):
«O Davide! In verità ti abbiamo fatto un successore sulla terra, giudica dunque tra la gente con verità…»Corano, Sura 38 (Saad), Versetto 26
Un Imam non può ignorare, rinviare o ingannare, perché si trova non solo davanti agli uomini, ma davanti a Dio.
L'Ahlul-Bayt disse:
«Un governante che trascura la propria responsabilità comparirà nel Giorno del Giudizio legato mani e piedi».Imam Al-Baqir
Il governo divino non è immunità: è il più alto obbligo. E quella reverenza davanti a Dio è ciò che manca a tutti i governanti terreni quando sanciscono l'ingiustizia nella legge.
L'Imam come risposta all'ingiustizia
Se colui che è designato da Dio, sia esso un profeta come Mosè, un re come Davide, un Imam come Ali o un messia come Gesù, governasse il Libano, la nazione sarebbe unita, sostenuta e giusta. Questo vale per tutte le nazioni. Vale per tutta l'umanità.
In un mondo governato dall'uomo, il limite umano diventa la norma. In un mondo governato da Dio, la giustizia non è negoziabile: è dovere divino.
Il Libano è la prova di ciò che accade quando l'ordine divino è sostituito dall'ambizione umana. Se il popolo del Libano si volgesse ancora una volta alla verità proclamata in ogni rivelazione, che la giustizia è il nome di Dio sulla Terra, allora solo colui che è designato da Allah, che sostiene quella giustizia, ha il diritto di governare.
Egli è tra noi: l'uomo di Dio, designato dalla volontà di Allah attraverso il testamento del profeta Muhammad, il quale disse che vi saranno dodici Imam e dopo di loro dodici Mahdi. Abdullah Hashem Aba Al-Sadiq, il secondo dei dodici Mahdi, ha innalzato gli Stendardi Neri nel 2015, recanti l'iscrizione «La fedeltà appartiene ad Allah», come predetto dagli Imam dell'Ahlul-Bayt. Egli è il Qa'im della famiglia di Muhammad, che chiama l'umanità a entrare nel sistema del governo divino, eliminando i problemi creati dall'uomo e guidando tutte le persone a vivere in armonia, giustizia, uguaglianza e unità.
Statistiche e fonti:
1. Svalutazione della moneta – Perdita di oltre il 90% del valore
- Fonti: World Bank – Lebanon Economic Monitor: https://www.worldbank.org/en/country/lebanon/publication/lebanon-economic-monitor Bloomberg News / Reuters (2021–2024): Titolo di esempio: «La sterlina libanese ha perso più del 95% del suo valore dal 2019»
2. Crisi bancaria – Depositi congelati e risparmi perduti
- Fonti: Human Rights Watch – ‘Banking Crisis Has Impoverished the People’ (2022): https://www.hrw.org/news/2022/09/16/lebanon-banking-crisis-impoverishes-people Carnegie Middle East Center – Banking Sector Collapse Reports: https://carnegie-mec.org/2021/01/13/lebanon-s-banking-collapse-pub-83690
3. Povertà, emigrazione e fuga dei cervelli
- Fonti: UN ESCWA – Lebanon Crisis Observatory: https://www.unescwa.org/sub-site/lebanon-crisis-observatory UNICEF Lebanon – Youth Migration and Education Crisis (2022–2023): https://www.unicef.org/lebanon/press-releases/lebanons-crises-driving-children-out-education The National – “Lebanon’s Brain Drain Could Be Irreversible”: https://www.thenationalnews.com/mena/lebanon/2022/12/12/lebanons-brain-drain-could-be-irreversible/
4. Esplosione del porto di Beirut – Oltre 200 morti, nessuna responsabilità
- Fonti: Amnesty International – One Year After the Beirut Blast: https://www.amnesty.org/en/latest/news/2021/08/lebanon-one-year-after-beirut-blast/ Human Rights Watch – “They Killed Us From the Inside” (2021): https://www.hrw.org/report/2021/08/03/they-killed-us-inside/investigation-beirut-blast BBC & Al Jazeera Beirut Explosion Timeline Reports (2020–2023)
5. Corruzione sistemica e spartizione settaria del potere
- Fonti: Transparency International – Corruption Perceptions Index (CPI) 2023: Il Libano si colloca al 154° posto su 180 Paesi. https://www.transparency.org/en/countries/lebanon Carnegie Middle East Center – “Sectarianism and Clientelism in Lebanon”: https://carnegie-mec.org/diwan/84844