Tra le mura del carcere di Evin: una testimonianza diretta di tortura e di sopravvivenza
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Questo articolo approfondisce il carcere di Evin a Teheran, tristemente noto per le condizioni dure e per le violazioni dei diritti umani. Mette in luce la sorte dei membri della Religione Ahmadi della Pace e della Luce, che dal dicembre 2022 subiscono i tormenti e l’oppressione di questo carcere.
Di Hamidreza Saghari

Il centro di detenzione di massima sicurezza di Evin incombe come una fortezza, con le sue celle collegate tra loro, un labirinto di disperazione.
Ogni cella, destinata all’isolamento o alla detenzione collettiva, porta i segni dell’oppressione. Ingressi e uscite sigillati, illuminati da luci incessanti, garantiscono una sorveglianza perpetua. Per spostarsi fuori dalla cella è obbligatorio portare una benda sugli occhi, una precauzione per evitare di incontrare lo sguardo vigile degli agenti dei servizi segreti.
Il carcere di Evin, situato a Teheran, in Iran, è tristemente noto per le sue condizioni dure e per le diffuse violazioni dei diritti umani. Utilizzato per incarcerare prigionieri politici e dissidenti, ha attirato l’attenzione internazionale per la sua storia di tortura, isolamento e confessioni estorte. Nonostante i numerosi appelli a riforme e interventi da parte di organizzazioni per i diritti umani, il carcere di Evin resta un simbolo di repressione e ingiustizia all’interno dell’Iran.

Nel dicembre 2022 Mohammedreza Shekariyanasl, insieme ad altri 12 membri della Religione Ahmadi della Pace e della Luce, si è ritrovato intrappolato nel carcere di Evin, sottoposto alle sue dure realtà e ai suoi tormenti.
Ha descritto come il bagliore implacabile delle luci, accese ventiquattro ore su ventiquattro, privasse i detenuti del sonno e della sanità mentale. «Bendati e insultati, siamo stati privati della nostra dignità e della nostra umanità», ricorda Mohammedreza.
Ma come ha fatto un aiuto regista di 35 anni a finire in una delle prigioni di sicurezza più tristemente note di tutto l’Iran?

Nel 2019 il regime iraniano ha lanciato una campagna di propaganda contro l’AROPL. È arrivato persino a pubblicare un documentario sulla Religione Ahmadi della Pace e della Luce. Il documentario presentava importanti studiosi del regime iraniano, tutti convinti che le credenze dell’AROPL fossero «eretiche».
Nel 2019, in seguito alla propaganda iraniana, il governo iraniano ha fatto irruzione nelle case di tre membri dell’AROPL, li ha arrestati e li ha sottoposti a torture e percosse davanti ai loro cari. Mohammadreza era uno di loro.
La sua vita ha subito una svolta drastica quando la sua casa nel cuore di Teheran è stata perquisita dalle autorità iraniane. Bendato e preso in custodia, ha subìto undici giorni di isolamento, sottoposto a interrogatori incessanti sulle sue credenze. Il suo crimine? Aver proclamato sui social media la propria fede di membro della Religione Ahmadi della Pace e della Luce.
Per Mohammedreza le conseguenze sono state gravi. È stato condannato a due anni di esilio dalla sua città natale, Teheran, ed è stato costretto a risiedere lontano dalla famiglia, alle prese con l’angoscia della separazione e con l’incertezza del futuro. Il calvario di Mohammedreza Shekariyanasl fa eco alle strazianti esperienze del suo compagno di fede Mohammadreza Chitsazanmoghaddam.
Mohammadreza Chitsazanmoghaddam, residente a Babel, è stato anch’egli vittima nel 2019 della spietata repressione del dissenso religioso da parte delle autorità iraniane. Una raffica di auto della polizia si è abbattuta sulla sua casa, con oltre 20 agenti che hanno sferrato un violento assalto davanti alla sua famiglia traumatizzata. Accusato di «insulto alla leadership» e di opposizione ai princìpi del regime, ha subìto un processo farsa che si è concluso con una condanna a cinque anni di libertà vigilata e con il sequestro dei suoi beni. Ripudiato dalla famiglia allargata e minacciato di morte, è stato costretto a fuggire dalla sua città natale.
Dopo questi arresti del 2019, la paura ha permeato la vita dei membri dell’AROPL in Iran, che spesso si astengono dall’esprimere online i propri pensieri. Tuttavia, riunirsi in comunità e diffondere il messaggio nel mondo sono aspetti fondamentali della loro fede.
Eppure, anche dopo aver scontato la pena, il tormento di Shekariyanasl è continuato. Nel dicembre 2022 Shekariyanasl e altri 12 membri, accompagnati da 2 bambini, sono stati intercettati dal Ministero dell’Intelligence mentre viaggiavano insieme. Gli agenti hanno aperto il fuoco sui loro veicoli, il che suggerisce che fossero sotto sorveglianza. Successivamente il gruppo è stato aggredito con violenza. Shekariyanasl ha subìto ulteriori brutalità. Per aver semplicemente chiesto dell’acqua per i bambini, gli agenti dell’intelligence iraniana gli hanno schiacciato la testa sotto lo pneumatico di un’auto nel tentativo di ucciderlo.

È stato allora che sono stati trasferiti nel famigerato carcere di Evin, dove hanno subìto gravi torture e confessioni estorte per false accuse. L’organizzazione iraniana per i diritti umani HRANA ha riferito dell’episodio e ha chiesto il loro immediato soccorso.
Mohammedreza Shekariyanasl racconta le orribili condizioni che lui e altri hanno affrontato nel carcere di Evin:
«Il numero delle sessioni di interrogatorio variava da persona a persona; alcuni sono stati interrogati fino a 30 volte o più. A volte c’erano due o tre sessioni al giorno, ciascuna della durata di diverse ore, senza pause per la colazione, il pranzo o la cena. In ogni sessione cercavano prima di intimidirci. Se questo non funzionava, ricorrevano a insulti verso la nostra famiglia e i nostri amici per agitarci e strapparci dichiarazioni compromettenti.»

In una straordinaria dimostrazione di compassione in mezzo alle avversità, l’umanità di Mohammadreza Shekariyanasl è emersa anche nei momenti più bui. Durante la detenzione ha stretto un’improbabile amicizia con Santiago Sanches, cittadino spagnolo ingiustamente rinchiuso nel carcere di Evin da un anno.
Con la violenza e con tecniche di intimidazione, i membri dell’AROPL sono stati costretti a firmare false dichiarazioni secondo cui la nostra guida religiosa, Abdullah Hashem Aba Al-Sadiq, avrebbe ordinato loro di compiere atti omosessuali e sodomia. Un membro, Hamidreza Yousefi, ha raccontato un’esperienza terrificante, in cui i detenuti descrivevano torture intense. Dichiara:
«I detenuti lì mi hanno raccontato delle torture intense nel carcere di Evin, dove introducevano bottiglie di birra nei loro corpi. Poco dopo abbiamo sentito le grida di una nostra compagna di fede, una donna di nome Saba, che era stata arrestata con me. Un interrogatore ha commentato: "Non mi piace; altrimenti l’avrei stuprata..."»
Dopo il rilascio su cauzione di Mohammedreza, egli ha contattato il consolato spagnolo, il che ha portato alla successiva liberazione di Sanches. Grato per l’intervento di Mohammedreza, Sanches ha espresso la sua riconoscenza inviando un video sentito dalla Spagna. «Guarda», ha esclamato, mostrando la serena bellezza dei boschi spagnoli mentre camminava nel parco, godendosi la libertà riconquistata.
Dopo il loro rilascio, alcuni dei nostri membri hanno tentato di lasciare il Paese per garantire la propria sicurezza, ma sono stati intercettati e si sono visti confiscare il passaporto, tra cui Mohammad Hashem Bazarfshan.

Traduzione del documento:
Direzione Generale degli Affari relativi ai Passaporti,
Signor Mohammad Hashem Bazrafshan, figlio di Mohammad, con i migliori saluti, si presenti al Tribunale del Clero di Teheran con il numero 14/11/41632.
Le abbiamo ritirato il passaporto e dopo il tribunale lo riceverà.
Numero di passaporto: 52620817
FIRMATO - Aeroporto Internazionale Imam Khomeini
Attualmente 22 dei nostri membri sono fuggiti in Turchia in cerca di rifugio, ma hanno incontrato difficoltà perché il governo di quel Paese non ha offerto un’accoglienza calorosa. Molti erano tra i 104 credenti arbitrariamente detenuti a Edirne. I restanti credenti iraniani e afghani della Religione Ahmadi della Pace e della Luce vivono in costante paura in Iran, esitando a rivelare la propria religione e la propria identità.